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Arte e Monumenti

Fonti:
• “Memorie Storiche Civili ed Ecclesiastiche di S. Elia a Pianisi” di Elia Testa, Tipolitografia Foto Lampo di Campobasso, luglio 2000
• “Sant’Elia a Pianisi – Guida storico-spirituale” di Alessandro da Ripabottoni, Grafiche Quadrifoglio di Foggia, giugno 1997
• Per le foto: Maria Di Iorio e Archivio Comunale

CHIESA ARCIPRETALE “S.ELIA PROFETA”
CHIESA S. ROCCO
CHIESA DI S. ANNA
CHIESA SANT’ANTONIO DA PADOVA
CHIESA e CONVENTO di SAN FRANCESCO
ABBAZIA SAN PIETRO APOSTOLO
FONTANA DELLA PACE

RESTI DELLA CAPPELLA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE


CHIESA ARCIPRETALE “S.ELIA PROFETA”

Non si ha memoria della sua fondazione: le prime notizie certe risalgono al secolo XVI, epoca in cui – si presume – la vecchia struttura, insufficiente per l’accresciuto numero degli abitanti, avrebbe subito modifiche. Sull’architrave del portale, infatti, vi è incisa la data 1589, riferibile ad eventuale ampliamento o a restauri del sacro edificio e non certamente all’anno della sua edificazione. Ancora oggi si possono intravedere, specie alla base della torre campanaria, i resti della Chiesa antica.
E’ una costruzione a base rettangolare: il tempio è diviso in tre navate, misura 22 metri di lunghezza, 16 di larghezza e 16 di altezza; la navata centrale si eleva al di sopra di quelle laterali. E’ stato consacrato insieme all’altare maggiore il 1° novembre 1690 dal Card. Arc. Orsini.

 
Entrando nella Chiesa di S.Elia Profeta si colgono, con un colpo d’occhio, l’insieme dello spazio interno a tre navate, il battistero, l’altare maggiore e il coro. Prima del Concilio Vaticano II una balaustra in marmo separava il presbiterio – riservato ai ministri sacri e agli officianti – dallo spazio interno riservato ai fedeli. Al centro del presbiterio sorgeva l’altare maggiore in marmo intarsiato.
In tema d’arte la Chiesa non offre nulla di notevole, tranne alcune opere che la decorano:
1. la seicentesca tavola raffigurante “L’allegoria dei sette sacramenti”, restaurata a fine ‘900 dalla Sovrintendenza alle Belle Arti di Campobasso, olio su tela di autore ignoto del sec. XVII, che si ammira nel coro della chiesa. Il quadro ornava la chiesa di “Torre di Zeppa” (in territorio di Ripabottoni) dalla quale venne asportato nel 1720, allorquando la stessa fu chiusa al culto, perché pericolante;
2. un prezioso Paliotto settecentesco, di seta, che rappresenta, in mirabile artistico ricamo serico, la Natività di Gesù, eseguito e donato dalla nobile Signora Vittoria Capano (figlia di Donna Cornelia Tomacelli-Cibo), la quale fu moglie di D. Marcantonio III Di Palma, quinto duca di S.Elia;
3. due belle statue in marmo raffiguranti S. Giuseppe e la Madonna in ginocchio: le due sculture, opere del Seicento, erano fin dal 1640 nella cappella di S. Maria del Parto, sita sotto la sacrestia e il coro della Chiesa Madre;
 
4. una pregevole effige in legno dell’Addolorata, dello scultore napoletano Tito Angelici;
5. una tela del pittore Fernando Di Stefano del 1995 che decora l’arco trionfale raffigurante S.Elia Profeta, che sale al cielo “in un turbine”, donata dal sacerdote Don Elia Testa.

Dal coro si accede al campanile di forma quadrangolare a torre romanica. Nei quattro archi della cella campanaria sono sistemate quattro campane, di peso digradante dai 10 quintali circa della più grande al quintale della più piccola. Nessuna delle campane allora esistenti è arrivata fino a noi: dall’epigrafe, scolpita sull’attuale campanone, apprendiamo che esso cadde dalla torre campanaria e si ruppe in mille pezzi. Benemeriti rappresentanti del popolo si prodigarono per la rifusione che fu fatta – con pubblico denaro – nei pressi del Convento nell’anno del Signore 1836, come si tramandava dagli anziani del paese.
Mentre venivano liquefatti i metalli, molte persone – sempre secondo il racconto dei più anziani – si recarono alla fornace per gettarvi oggetti d’argento e d’oro, allo scopo di ottenere un suono più argentino e melodioso.
Nel 1958 il campanone subì – per cause accidentali – delle lesioni che ne alterarono il suono rendendo necessaria una nuova fusione, che fu curata, per incarico dell’Arciprete D. Giuseppe Martino – dalla Ditta Marinelli di Agnone.
Durante il secondo conflitto mondiale la torre campanaria subì gravi lesioni per le esplosioni che ci furono in paese quando i tedeschi, incalzati dagli alleati, si ritirarono.
I lavori di riparazione, a carico dello Stato, furono eseguiti sotto la direzione dell’Ing. Salvatore Colaianni, nostro compaesano; durante i lavori di riparazione furono lesionate – casualmente – le due campane intermedie e fu necessario rifonderle. Sempre durante la II guerra mondiale, il governo, avendo bisogno di bronzo per le armi, fece requisire anche le campane (eccetto quelle che avessero avuto valore storico e artistico). Anche le nostre campane furono smontate, pronte per essere spedite alle fabbriche d’armi; ma l’episodio della rivolta di Pietracatella, guidata in particolare dalle donne, che impedirono la rimozione delle campane del loro paese, giovò anche ai santeliani, perché da quel giorno le autorità si contentarono di due piccole campane rimosse dalle cappelle di S. Antonio da Padova, ora semidistrutta, e della Madonna delle Grazie, oggi totalmente distrutta, lasciando le campane del Campanile e quelle della cappella di S. Rocco e di S. Anna, che furono rimesse al loro posto.
Nella Chiesa di S.Elia Profeta sono conservate le reliquie di San Feliciano Martire, avute in dono da Papa Benedetto XIV. Nel maggio 1750, infatti, clero e governanti di S.Elia a Pianisi inviarono a Sua Santità Benedetto XIV una supplica per ottenere alla “insigne arcipretale chiesa” un qualche corpo santo. Accolta la richiesta, il Pontefice concesse il Corpo di San Feliciano Martire con lettere testimoniali del Card. Antonio Guadagni del 22 maggio 1751; in data 14 luglio 1751 il Sacro Corpo giungeva a Matrice e veniva accolto nel palazzo del Sig. Marchese Orazio Pacca mentre il 2 agosto 1751, al suono festoso delle campane, ebbe inizio la solenne processione delle reliquie alla volta di S.Elia, con la partecipazione del gran popolo santeliano.

 


CHIESA S. ROCCO

La cappella, sorta adiacente al palazzo ducale, oggi è incorporata nel palazzo municipale. Consta di una nave lunga palmi 40 e larga 20.
E’ stata fondata dall’Università di detta terra di S.Elia nell’anno 1530, come da Bolla di Benevento, confermata dal Pontefice Clemente PP.VII mediante Bolla “sub plumbeo” nell’anno 1531.

 
Al di sopra della sagrestia vi era la loggia del palazzo ducale ed un arco da cui pende una campanella del peso di 30 kg., benedetta dal Card. Orsini il 21 ottobre 1690, il quale consacrò la Chiesa il 29 maggio 1707.
Nell’anno 1582 fu eretta “dentro la chiesa” – con Breve Apostolico – la confraternita del SS. Rosario. Sul pavimento si leggeva la scritta: “Pro confratribus SS.Rosarii”, oggi scomparsa a seguito del restauro del 1902, che ha comportato la rimozione e il rifacimento del pavimento. Doveva essere il luogo di sepoltura dei “fratelli” della confraternita. La chiesa fu riaperta al culto nel 1904.
Il portale, in stile secentesco, presenta discreti elementi artistici. Ma l’occhio del visitatore si ferma su un bassorilievo murato sul portale della chiesa, proveniente dall’antico castello di Pianisi.
Vi è raffigurato – dentro una lunetta ornata con cordiglione tortile – un cavaliere a cavallo, vestito di una tunica, che con una mano regge le briglie e nell’altra reca una corona (a rappresentare il trionfo sul maligno?…). Dietro il cavaliere, infatti, sulla groppa del cavallo è scolpito un mostro alato (grifone?…) dalla lunga coda (simbolo del maligno?…): “Il tema… del conflitto tra il bene e il male con il trionfo del primo sul secondo investe capitelli, portali, basi di colonne, quasi ad imporre un continuo motivo di riflessione ai fedeli: in genere esso è rappresentato mediante la lotta di uomini con bestie o di bestie con altre bestie” (A. Trombetta, Arte nel Molise, p. 27).
A destra della lunetta si ammira – inserita in un arco ogivale – la figura a mezzo busto, posta frontalmente, di un personaggio con le braccia incrociate e un caratteristico copricapo, che fa pensare alla rappresentazione di una persona sacra o di un guerriero che, distintosi per coraggio, abbia onorato la sua gente.

 
CHIESA DI S. ANNA
E’ una cappella fatta costruire dai coniugi Modestino De Iulio e Anna Colavita nel 1816, come dall’epigrafe che si legge sul frontone del portale. Fu consacrata nel 1824 dall’Arcivescovo di Benevento Card. Giovan Battista Bussi.



CHIESA SANT’ANTONIO DA PADOVA

Il Masciotta, nel suo libro “Il Molise dalle origini ai nostri giorni”, descrivendo la cappella di Sant’Antonio Abate scrive: “Piccola cappella all’estremità dell’abitato”.
In verità, la tradizione popolare ha sempre ritenuto e ritiene tuttora che la cappella, ubicata nella parte bassa del paese (rione casale) presso la strada pubblica, che conduce alla chiesa di S. Maria delle Grazie e all’annesso ospedale – oggi diruti – fosse dedicata a S. Antonio Abate, tant’è che il 17 gennaio vi si celebrava – ogni anno – la santa messa.
Da ricerche accurate, abbiamo accertato che la cappella del rione “Casale” era dedicata a S. Antonio da Padova. Negli “Inventari” di Orsini leggiamo: “La chiesa di S. Antonio sotto il titolo di S. Antonio da Padova sta situata fuori della terra di S.Elia dalla parte di sotto, 38 passi distante dalla medesima appreso la strada pubblica che conduce all’ospedale… è stata benedetta dall’Ecc.mo e Ill.mo Sig. Cardinale Orsini Arcivescovo nell’anno 1712. Non si ha memoria della sua fondazione, bensì è stata riedificata (non “benedetta”) nell’anno 1707 per ordine dell’Ecc.mo e Rev.mo Sig. Cardinale Orsini Arcivescovo, come da Bolla in carta pergamena sotto il dì 1 luglio 1707, ed è Jus Padronato dell’Ecc.ma Casa Di Palma, come per bolla speditagli dalla fel. Mem. Di Mons. Zoppa sotto il dì 7 luglio 1669”.
 


Detta chiesa fu certamente danneggiata dal terremoto del 5 giugno 1688, che scosse fortemente anche il Molise, oltre la Campania (Napoli e Benevento in particolare); la violenza del terremoto dovette scuotere dalle fondamenta la fatiscente chiesa di S. Antonio e determinarne il crollo.
Il sacerdote Giovanni Battista Tardioli si fece promotore della ricostruzione della chiesa inviando una istanza al Card. Arc. Orsini, il quale, con Bolla dell’1 luglio 1707, approvava la pianta e concedeva al predetto sacerdote la facoltà di benedire la prima pietra. All’interno della chiesa vi era una statua di S. Antonio da Padova col Bambino: “Vi erano due diadema d’argento, uno sulla statua di S. Antonio, l’altro su quella del Bambino, e… un giglio d’argento”. Ogni anno nella festa del glorioso santo (13 giugno) dal clero di S.Elia vi si celebrava la messa cantata: “con primi e secondi vespri”, così come nel giorno di S. Antonio Abate (17 gennaio).
Oggi la chiesa è in gran parte diroccata, mancante del tetto, spoglia di tutto con le sole mura perimetrali che, lesionate, minacciano di crollare.


CHIESA e CONVENTO di SAN FRANCESCO
La Chiesa di San Francesco, consacrata nel 1690, è annessa al convento omonimo, la cui fondazione risale al 1604. Il 4 ottobre dello stesso anno, ottenuti l’assenso e la benedizione del Generale dell’Ordine, P. Lorenzo da Brindisi – su supplica di Gianvincenzo Brancia, barone della terra di S.Elia e della Università della stessa – fu piantata la prima croce e posta la prima pietra.
I lavori del Convento furono finanziati dal Comune, dai benefattori, dal barone Brancia e, successivamente, da Marcantonio Di Palma, che, nel frattempo, aveva comprato le terre di S.Elia. L’opera fu ultimata nel 1631.
La struttura originaria sia del convento che della chiesa ha subito, agli inizi del secolo XX, modifiche con ampliamenti e ammodernamenti ritenuti indispensabili, essendo il convento destinato a luogo di studio per gli aspiranti alla vita religiosa. Nel 1922 iniziarono i lavori per il prolungamento di dieci metri, mentre a fine ‘900 c’è stata la definitiva sistemazione della sontuosa scalinata in pietra. Questi lavori portarono alla scoperta di un sepolcreto dei frati sotto il pavimento della cappella della Madonna Incoronata.
Il convento di S.Elia a Pianisi è il luogo dove, dopo S. Giovanni Rotondo, P. Pio ha dimorato più a lungo, e dove ebbe la prima bilocazione.
Nella sua cella sono conservati gli oggetti che P. Pio usò, portati da San Giovanni Rotondo: camice, pianeta, abiti cappuccini, ecc…
Il convento nei primi anni del XX secolo fu sede di seminari, dove si tenevano lezioni di lettere umane e di filosofia ai giovani studenti che si preparavano alla vita religiosa; fu anche sede di classi ginnasiali.
La facciata del Convento richiama elementi rinascimentali e fu mutata in quella attuale di stile romanico moderno, inaugurata l’11 maggio 1957. Agli affreschi del 1930 del prof. Amedeo Trivisonno sono sovrapposti gli attuali dipinti dell’artista Leo Paglione, discepolo del prof. Amedeo Trivisonno, eseguiti nel 1964. Nella parete a sinistra dell’altare maggiore è rappresentata la moltiplicazione dei pani e dei pesci. In primo piano nella madre con la figlioletta si ravvisano la moglie e la figlia del pittore Paglione.
L’unico affresco ancora visibile del prof. Amedeo Trivisonno, da Paglione solo ripulito, è quello della lunetta a destra di chi guarda l’altare maggiore: il francescano Duns Scoto prepara i suoi scritti per la difesa dell’immacolato


 

concepimento di Maria, che gli sorride e lo incoraggia, mentre l’arrabbiato e minaccioso serpente biblico cerca di intimorirlo.
Di notevole interesse il complesso ligneo dell’altare maggiore

e il polittico che riveste la parete; restaurato nel 1964, è molto simile per fattura ad altri esistenti nei conventi della stessa provincia cappuccina di Foggia. Nel polittico di Sant’Elia a Pianisi si legge una data: l’anno del Signore A.D. 1741. L’Altare maggiore nel frontale riproduce ad intarsio un mazzo di fiori, pazientemente composto ed artisticamente ben riuscito, anche per le sfumature diverse del legno scelto.
Il complesso ligneo continua con altre due sovrapposizioni, formate da colonne esagonali e con capitelli di stile composito. La parte superiore termina con una cornice che racchiude il dipinto dell’Eterno Padre. Nel quadro centrale del primo scomparto vi è San Francesco d’Assisi che riceve le stimmate, Frate Leone partecipa all’estatico evento “in umiltà e soggezione”. Negli altri quadri del complesso sono ritratti il Battesimo di Gesù, San Lorenzo da Brindisi, San Michele Arcangelo, San Giuseppe, l’Immacolata, mentre in cima al polittico, rispettando la tradizione della provincia cappuccina di Foggia, l’Eterno Padre in atto benedicente che con la mano sinistra sorregge il mondo.
Nel convento sono conservate due tele di Paolo Gamba, artista nato a Ripabottoni il 30 ottobre 1712, realizzate nel 1746: “L’Ultima Cena” e “L’Annunciazione”.
Ne “L’Ultima Cena” è evidente l’influsso del Solimena nell’uso del chiaroscuro, con forti giochi di luce ed ombre; dà risalto alla scena il chiarore del tavolo posto in prospettiva centrale”. Al centro del dipinto c’è Cristo, sorgente di luce, con il volto assorto e lo sguardo frontale nel vuoto. La luce proiettata sugli Apostoli e sul tavolo, con i suoi forti giochi chiaroscurali dà più risalto e drammaticità alla scena; decisamente staccato dalla scena, si vede di spalle e in controluce e con il sacchetto dei denari ai piedi, il traditore, isolato nella sua solitudine.
Nella lunetta de “L’Annunciazione” vi è molta dinamica nella figura dell’angelo che sembra frenarsi, dopo una rapida corsa, in posizione obliqua su una nube; reca nella mano sinistra un giglio e con l’altra indica alla Vergine la chiamata di Dio.

ABBAZIA SAN PIETRO APOSTOLO

A circa 6 km dal paese sorge l’abbazia di San Pietro Apostolo, una piccola chiesa un tempo badia dell’Ordine Benedettino annoverata tra le dodici insigni badie dell’Arcidiocesi di Benevento. La sua fondazione risalirebbe alla prima metà del secolo XI, anche se lo storico molisano Ugo Pietrantonio ritiene il monastero una dipendenza Vulturnense, fondata probabilmente prima del 944, come dalla bolla di conferma di Papa Marino II del marzo 944. Due documenti, l’uno del 1008 e l’altro del 1056, dimostrerebbero l’esistenza del monastero di San Pietro già nella prima metà del secolo XI.
La cappella risente di una struttura semplice, la facciata principale divisa in quattro sezioni, due per

 
ogni lato del portale; ciascuna di
esse è formata da una coppia di archetti, uniti al centro da mensoline e, lateralmente, da ampie lesene che s’incorporano con il resto della costruzione. Unica la navata, pavimento in mattoni, contiene una statua di S. Pietro e un piccolo altare; quest’ultimo è stato consacrato dal card. Orsini il 28 maggio 1707, come ricorda la lapide attaccata nel muro destro di detta chiesa.


 

FONTANA DELLA PACE

Ideata dal prof. Francesco De Marco, questo complesso idrico è realizzato con pezzi assortiti di arte, tra cui una importante vasca battesimale che il parroco Don Michele Tabasso, con la collaborazione di un gruppo di amici e con l’appoggio dell’autorità municipale, tolse dall’abbandono dei ruderi di Pianisi.

RESTI DELLA CAPPELLA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE

Non lontana dalla cappella di Sant’Antonio da Padova, in prossimità dell’abitato, sorgeva la chiesetta di Santa Maria delle Grazie, che un tempo costituiva un solo corpo di fabbrica con l’ospedale, fatto edificare dall’Arcivescovo Orsini nel1696.
L’ospedale constava di 9 vani e fu scelto nell’anno santo del 1700 dall’Arcivescovo di cui sopra tra gli

 

ospedali che avrebbero accolto i pellegrini durante il loro viaggio a Roma.


 


"Tracce del Passato
Restituite dal CIGNO"

a cura del
Prof. Michele Pucacco
con la collaborazione di Guido Petruccelli