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Arte e Monumenti
| CHIESA
ARCIPRETALE “S.ELIA PROFETA”
Non si ha memoria della sua fondazione:
le prime notizie certe risalgono al secolo XVI,
epoca in cui – si presume – la vecchia
struttura, insufficiente per l’accresciuto
numero degli abitanti, avrebbe subito modifiche.
Sull’architrave del portale, infatti, vi è
incisa la data 1589, riferibile ad eventuale ampliamento
o a restauri del sacro edificio e non certamente
all’anno della sua edificazione. Ancora oggi
si possono intravedere, specie alla base della torre
campanaria, i resti della Chiesa antica.
E’ una costruzione a base rettangolare: il
tempio è diviso in tre navate, misura 22
metri di lunghezza, 16 di larghezza e 16 di altezza;
la navata centrale si eleva al di sopra di quelle
laterali. E’ stato consacrato insieme all’altare
maggiore il 1° novembre 1690 dal Card. Arc.
Orsini.
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Entrando nella Chiesa di S.Elia
Profeta si colgono, con un colpo d’occhio,
l’insieme dello spazio interno a tre navate,
il battistero, l’altare maggiore e il coro.
Prima del Concilio Vaticano II una balaustra in
marmo separava il presbiterio – riservato
ai ministri sacri e agli officianti – dallo
spazio interno riservato ai fedeli. Al centro del
presbiterio sorgeva l’altare maggiore in marmo
intarsiato.
In tema d’arte la Chiesa non offre nulla di
notevole, tranne alcune opere che la decorano:
1. la seicentesca tavola raffigurante “L’allegoria
dei sette sacramenti”, restaurata a fine ‘900
dalla Sovrintendenza alle Belle Arti di Campobasso,
olio su tela di autore ignoto del sec. XVII, che
si ammira nel coro della chiesa. Il quadro ornava
la chiesa di “Torre di Zeppa” (in territorio
di Ripabottoni) dalla quale venne asportato nel
1720, allorquando la stessa fu chiusa al culto,
perché pericolante;
2. un prezioso Paliotto settecentesco, di seta,
che rappresenta, in mirabile artistico ricamo serico,
la Natività di Gesù, eseguito e donato
dalla nobile Signora Vittoria Capano (figlia di
Donna Cornelia Tomacelli-Cibo), la quale fu moglie
di D. Marcantonio III Di Palma, quinto duca di S.Elia;
3. due belle statue in marmo raffiguranti S. Giuseppe
e la Madonna in ginocchio: le due sculture, opere
del Seicento, erano fin dal 1640 nella cappella
di S. Maria del Parto, sita sotto la sacrestia e
il coro della Chiesa Madre;
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4. una pregevole effige in
legno dell’Addolorata, dello scultore napoletano
Tito Angelici;
5. una tela del pittore Fernando Di Stefano del
1995 che decora l’arco trionfale raffigurante
S.Elia Profeta, che sale al cielo “in un turbine”,
donata dal sacerdote Don Elia Testa.
Dal coro si accede al campanile
di forma quadrangolare a torre romanica. Nei quattro
archi della cella campanaria sono sistemate quattro
campane, di peso digradante dai 10 quintali circa
della più grande al quintale della più
piccola. Nessuna delle campane allora esistenti
è arrivata fino a noi: dall’epigrafe,
scolpita sull’attuale campanone, apprendiamo
che esso cadde dalla torre campanaria e si ruppe
in mille pezzi. Benemeriti rappresentanti del popolo
si prodigarono per la rifusione che fu fatta –
con pubblico denaro – nei pressi del Convento
nell’anno del Signore 1836, come si tramandava
dagli anziani del paese.
Mentre venivano liquefatti i metalli, molte persone
– sempre secondo il racconto dei più
anziani – si recarono alla fornace per gettarvi
oggetti d’argento e d’oro, allo scopo
di ottenere un suono più argentino e melodioso.
Nel 1958 il campanone subì – per cause
accidentali – delle lesioni che ne alterarono
il suono rendendo necessaria una nuova fusione,
che fu curata, per incarico dell’Arciprete
D. Giuseppe Martino – dalla Ditta Marinelli
di Agnone.
Durante il secondo conflitto mondiale la torre campanaria
subì gravi lesioni per le esplosioni che
ci furono in paese quando i tedeschi, incalzati
dagli alleati, si ritirarono.
I lavori di riparazione, a carico dello Stato, furono
eseguiti sotto la direzione dell’Ing. Salvatore
Colaianni, nostro compaesano; durante i lavori di
riparazione furono lesionate – casualmente
– le due campane intermedie e fu necessario
rifonderle. Sempre durante la II guerra mondiale,
il governo, avendo bisogno di bronzo per le armi,
fece requisire anche le campane (eccetto quelle
che avessero avuto valore storico e artistico).
Anche le nostre campane furono smontate, pronte
per essere spedite alle fabbriche d’armi;
ma l’episodio della rivolta di Pietracatella,
guidata in particolare dalle donne, che impedirono
la rimozione delle campane del loro paese, giovò
anche ai santeliani, perché da quel giorno
le autorità si contentarono di due piccole
campane rimosse dalle cappelle di S. Antonio da
Padova, ora semidistrutta, e della Madonna delle
Grazie, oggi totalmente distrutta, lasciando le
campane del Campanile e quelle della cappella di
S. Rocco e di S. Anna, che furono rimesse al loro
posto.
Nella Chiesa di S.Elia Profeta sono conservate le
reliquie di San Feliciano Martire, avute in dono
da Papa Benedetto XIV. Nel maggio 1750, infatti,
clero e governanti di S.Elia a Pianisi inviarono
a Sua Santità Benedetto XIV una supplica
per ottenere alla “insigne arcipretale chiesa”
un qualche corpo santo. Accolta la richiesta, il
Pontefice concesse il Corpo di San Feliciano Martire
con lettere testimoniali del Card. Antonio Guadagni
del 22 maggio 1751; in data 14 luglio 1751 il Sacro
Corpo giungeva a Matrice e veniva accolto nel palazzo
del Sig. Marchese Orazio Pacca mentre il 2 agosto
1751, al suono festoso delle campane, ebbe inizio
la solenne processione delle reliquie alla volta
di S.Elia, con la partecipazione del gran popolo
santeliano.
CHIESA
S. ROCCO 
La cappella, sorta adiacente
al palazzo ducale, oggi è incorporata
nel palazzo municipale. Consta di una nave
lunga palmi 40 e larga 20.
E’ stata fondata dall’Università
di detta terra di S.Elia nell’anno 1530,
come da Bolla di Benevento, confermata dal
Pontefice Clemente PP.VII mediante Bolla “sub
plumbeo” nell’anno 1531.
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Al di sopra della sagrestia vi era
la loggia del palazzo ducale ed un arco da cui pende una
campanella del peso di 30 kg., benedetta dal Card. Orsini
il 21 ottobre 1690, il quale consacrò la Chiesa
il 29 maggio 1707.
Nell’anno 1582 fu eretta “dentro la chiesa”
– con Breve Apostolico – la confraternita
del SS. Rosario. Sul pavimento si leggeva la scritta:
“Pro confratribus SS.Rosarii”, oggi scomparsa
a seguito del restauro del 1902, che ha comportato la
rimozione e il rifacimento del pavimento. Doveva essere
il luogo di sepoltura dei “fratelli” della
confraternita. La chiesa fu riaperta al culto nel 1904.
Il portale, in stile secentesco, presenta discreti elementi
artistici. Ma l’occhio del visitatore si ferma su
un bassorilievo murato sul portale della chiesa, proveniente
dall’antico castello di Pianisi.
Vi è raffigurato – dentro una lunetta ornata
con cordiglione tortile – un cavaliere a cavallo,
vestito di una tunica, che con una mano regge le briglie
e nell’altra reca una corona (a rappresentare il
trionfo sul maligno?…). Dietro il cavaliere, infatti,
sulla groppa del cavallo è scolpito un mostro alato
(grifone?…) dalla lunga coda (simbolo del maligno?…):
“Il tema… del conflitto tra il bene e il male
con il trionfo del primo sul secondo investe capitelli,
portali, basi di colonne, quasi ad imporre un continuo
motivo di riflessione ai fedeli: in genere esso è
rappresentato mediante la lotta di uomini con bestie o
di bestie con altre bestie” (A. Trombetta, Arte
nel Molise, p. 27).
A destra della lunetta si ammira – inserita in un
arco ogivale – la figura a mezzo busto, posta frontalmente,
di un personaggio con le braccia incrociate e un caratteristico
copricapo, che fa pensare alla rappresentazione di una
persona sacra o di un guerriero che, distintosi per coraggio,
abbia onorato la sua gente.
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CHIESA
DI S. ANNA 
E’ una cappella fatta costruire
dai coniugi Modestino De Iulio e Anna Colavita
nel 1816, come dall’epigrafe che si legge
sul frontone del portale. Fu consacrata nel 1824
dall’Arcivescovo di Benevento Card. Giovan
Battista Bussi. |
CHIESA SANT’ANTONIO DA PADOVA
Il Masciotta, nel suo libro “Il
Molise dalle origini ai nostri giorni”,
descrivendo la cappella di Sant’Antonio
Abate scrive: “Piccola cappella all’estremità
dell’abitato”.
In verità, la tradizione popolare ha sempre
ritenuto e ritiene tuttora che la cappella, ubicata
nella parte bassa del paese (rione casale) presso
la strada pubblica, che conduce alla chiesa di
S. Maria delle Grazie e all’annesso ospedale
– oggi diruti – fosse dedicata a S.
Antonio Abate, tant’è che il 17 gennaio
vi si celebrava – ogni anno – la santa
messa.
Da ricerche accurate, abbiamo accertato che la
cappella del rione “Casale” era dedicata
a S. Antonio da Padova. Negli “Inventari”
di Orsini leggiamo: “La chiesa di S. Antonio
sotto il titolo di S. Antonio da Padova sta situata
fuori della terra di S.Elia dalla parte di sotto,
38 passi distante dalla medesima appreso la strada
pubblica che conduce all’ospedale…
è stata benedetta dall’Ecc.mo e Ill.mo
Sig. Cardinale Orsini Arcivescovo nell’anno
1712. Non si ha memoria della sua fondazione,
bensì è stata riedificata (non “benedetta”)
nell’anno 1707 per ordine dell’Ecc.mo
e Rev.mo Sig. Cardinale Orsini Arcivescovo, come
da Bolla in carta pergamena sotto il dì
1 luglio 1707, ed è Jus Padronato dell’Ecc.ma
Casa Di Palma, come per bolla speditagli dalla
fel. Mem. Di Mons. Zoppa sotto il dì 7
luglio 1669”. |
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Detta chiesa fu certamente danneggiata dal terremoto
del 5 giugno 1688, che scosse fortemente anche
il Molise, oltre la Campania (Napoli e Benevento
in particolare); la violenza del terremoto dovette
scuotere dalle fondamenta la fatiscente chiesa
di S. Antonio e determinarne il crollo.
Il sacerdote Giovanni Battista Tardioli si fece
promotore della ricostruzione della chiesa inviando
una istanza al Card. Arc. Orsini, il quale, con
Bolla dell’1 luglio 1707, approvava la pianta
e concedeva al predetto sacerdote la facoltà
di benedire la prima pietra. All’interno
della chiesa vi era una statua di S. Antonio da
Padova col Bambino: “Vi erano due diadema
d’argento, uno sulla statua di S. Antonio,
l’altro su quella del Bambino, e…
un giglio d’argento”. Ogni anno nella
festa del glorioso santo (13 giugno) dal clero
di S.Elia vi si celebrava la messa cantata: “con
primi e secondi vespri”, così come
nel giorno di S. Antonio Abate (17 gennaio).
Oggi la chiesa è in gran parte diroccata,
mancante del tetto, spoglia di tutto con le sole
mura perimetrali che, lesionate, minacciano di
crollare.
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CHIESA e CONVENTO di SAN FRANCESCO |
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La Chiesa di San Francesco,
consacrata nel 1690, è annessa al
convento omonimo, la cui fondazione risale
al 1604. Il 4 ottobre dello stesso anno,
ottenuti l’assenso e la benedizione
del Generale dell’Ordine, P. Lorenzo
da Brindisi – su supplica di Gianvincenzo
Brancia, barone della terra di S.Elia e
della Università della stessa –
fu piantata la prima croce e posta la prima
pietra.
I lavori del Convento furono finanziati
dal Comune, dai benefattori, dal barone
Brancia e, successivamente, da Marcantonio
Di Palma, che, nel frattempo, aveva comprato
le terre di S.Elia. L’opera fu ultimata
nel 1631.
La struttura originaria sia del convento
che della chiesa ha subito, agli inizi del
secolo XX, modifiche con ampliamenti e ammodernamenti
ritenuti indispensabili, essendo il convento
destinato a luogo di studio per gli aspiranti
alla vita religiosa. Nel 1922 iniziarono
i lavori per il prolungamento di dieci metri,
mentre a fine ‘900 c’è
stata la definitiva sistemazione della sontuosa
scalinata in pietra. Questi lavori portarono
alla scoperta di un sepolcreto dei frati
sotto il pavimento della cappella della
Madonna Incoronata.
Il convento di S.Elia a Pianisi è
il luogo dove, dopo S. Giovanni Rotondo,
P. Pio ha dimorato più a lungo, e
dove ebbe la prima bilocazione.
Nella sua cella sono conservati gli oggetti
che P. Pio usò, portati da San Giovanni
Rotondo: camice, pianeta, abiti cappuccini,
ecc…
Il convento nei primi anni del XX secolo
fu sede di seminari, dove si tenevano lezioni
di lettere umane e di filosofia ai giovani
studenti che si preparavano alla vita religiosa;
fu anche sede di classi ginnasiali.
La facciata del Convento richiama elementi
rinascimentali e fu mutata in quella attuale
di stile romanico moderno, inaugurata l’11
maggio 1957. Agli affreschi del 1930 del
prof. Amedeo Trivisonno sono sovrapposti
gli attuali dipinti dell’artista Leo
Paglione, discepolo del prof. Amedeo Trivisonno,
eseguiti nel 1964. Nella parete a sinistra
dell’altare maggiore è rappresentata
la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
In primo piano nella madre con la figlioletta
si ravvisano la moglie e la figlia del pittore
Paglione.
L’unico affresco ancora visibile del
prof. Amedeo Trivisonno, da Paglione solo
ripulito, è quello della lunetta
a destra di chi guarda l’altare maggiore:
il francescano Duns Scoto prepara i suoi
scritti per la difesa dell’immacolato
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concepimento
di Maria, che gli sorride e lo incoraggia, mentre
l’arrabbiato e minaccioso serpente biblico
cerca di intimorirlo.
Di notevole interesse il complesso ligneo dell’altare
maggiore
e il polittico che riveste la
parete; restaurato nel 1964, è molto simile
per fattura ad altri esistenti nei conventi della
stessa provincia cappuccina di Foggia. Nel polittico
di Sant’Elia a Pianisi si legge una data:
l’anno del Signore A.D. 1741. L’Altare
maggiore nel frontale riproduce ad intarsio un
mazzo di fiori, pazientemente composto ed artisticamente
ben riuscito, anche per le sfumature diverse del
legno scelto.
Il complesso ligneo continua con altre due sovrapposizioni,
formate da colonne esagonali e con capitelli di
stile composito. La parte superiore termina con
una cornice che racchiude il dipinto dell’Eterno
Padre. Nel quadro centrale del primo scomparto
vi è San Francesco d’Assisi che riceve
le stimmate, Frate Leone partecipa all’estatico
evento “in umiltà e soggezione”.
Negli altri quadri del complesso sono ritratti
il Battesimo di Gesù, San Lorenzo da Brindisi,
San Michele Arcangelo, San Giuseppe, l’Immacolata,
mentre in cima al polittico, rispettando la tradizione
della provincia cappuccina di Foggia, l’Eterno
Padre in atto benedicente che con la mano sinistra
sorregge il mondo.
Nel convento sono conservate due tele di Paolo
Gamba, artista nato a Ripabottoni il 30 ottobre
1712, realizzate nel 1746: “L’Ultima
Cena” e “L’Annunciazione”.
Ne “L’Ultima Cena” è
evidente l’influsso del Solimena nell’uso
del chiaroscuro, con forti giochi di luce ed ombre;
dà risalto alla scena il chiarore del tavolo
posto in prospettiva centrale”. Al centro
del dipinto c’è Cristo, sorgente
di luce, con il volto assorto e lo sguardo frontale
nel vuoto. La luce proiettata sugli Apostoli e
sul tavolo, con i suoi forti giochi chiaroscurali
dà più risalto e drammaticità
alla scena; decisamente staccato dalla scena,
si vede di spalle e in controluce e con il sacchetto
dei denari ai piedi, il traditore, isolato nella
sua solitudine.
Nella lunetta de “L’Annunciazione”
vi è molta dinamica nella figura dell’angelo
che sembra frenarsi, dopo una rapida corsa, in
posizione obliqua su una nube; reca nella mano
sinistra un giglio e con l’altra indica
alla Vergine la chiamata di Dio. |
ABBAZIA SAN PIETRO APOSTOLO
A
circa 6 km dal paese sorge l’abbazia di San
Pietro Apostolo, una piccola chiesa un tempo badia
dell’Ordine Benedettino annoverata tra le
dodici insigni badie dell’Arcidiocesi di Benevento.
La sua fondazione risalirebbe alla prima metà
del secolo XI, anche se lo storico molisano Ugo
Pietrantonio ritiene il monastero una dipendenza
Vulturnense, fondata probabilmente prima del 944,
come dalla bolla di conferma di Papa Marino II del
marzo 944. Due documenti, l’uno del 1008 e
l’altro del 1056, dimostrerebbero l’esistenza
del monastero di San Pietro già nella prima
metà del secolo XI.
La cappella risente di una struttura semplice, la
facciata principale divisa in quattro sezioni, due
per
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ogni lato del portale; ciascuna
di
esse è formata da una coppia di archetti,
uniti al centro da mensoline e, lateralmente, da
ampie lesene che s’incorporano con il resto
della costruzione. Unica la navata, pavimento in
mattoni, contiene una statua di S. Pietro e un piccolo
altare; quest’ultimo è stato consacrato
dal card. Orsini il 28 maggio 1707, come ricorda
la lapide attaccata nel muro destro di detta chiesa.
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FONTANA DELLA PACE
Ideata dal prof. Francesco De Marco,
questo complesso idrico è realizzato con
pezzi assortiti di arte, tra cui una importante
vasca battesimale che il parroco Don Michele Tabasso,
con la collaborazione di un gruppo di amici e con
l’appoggio dell’autorità municipale,
tolse dall’abbandono dei ruderi di Pianisi. |
RESTI DELLA
CAPPELLA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE
Non lontana dalla cappella di Sant’Antonio
da Padova, in prossimità dell’abitato,
sorgeva la chiesetta di Santa Maria delle Grazie,
che un tempo costituiva un solo corpo di fabbrica
con l’ospedale, fatto edificare dall’Arcivescovo
Orsini nel1696.
L’ospedale constava di 9 vani e fu scelto
nell’anno santo del 1700 dall’Arcivescovo
di cui sopra tra gli
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ospedali che avrebbero accolto i pellegrini durante
il loro viaggio a Roma. |
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