a cura del Prof. Giampaolo Colavita e del Prof. Ettore
Teutonico
- I fuochi di San’Antonio, il 13 giugno (FOTO)
Fin dai tempi più remoti il 17 gennaio, in occasione della
ricorrenza di S. Antonio abate (Sant’Andòn’),
in una contrada di Sant’Elia, il Casale, dove c’era
una chiesetta intitolata al Santo si celebrava una Messa , si benedicevano
gli animali e, verso l’imbrunire, si accendeva un grande fuoco
in onore di S. Antonio. Nel 1604 fu costruito il convento dei Minori
Cappuccini e con essi fu introdotto la devozione a Sant’Antonio
da Padova e così il popolo dimenticò completamente
il culto di S. Antonio abate e con esso tutte le forme di devozione;
pertanto sia l’accensione dei fuochi che la benedizione degli
animali si trasferì al 13 giugno.Lo spostamento di tali manifestazioni
è dovuto alla devozione crescente per S. Antonio da Padova
ma anche al fatto che il 17 gennaio è il primo giorno di
carnevale e quindi sul fuoco votivo si cocevano salcicce ed anche
qualche maialetto sempre per devozione al Santo Abate che protettore
degli animali e nella iconografia classica è rappresentato
con un maialino vicino; ma dalla devozione ai bagordi con il mangiare
e bere il passo è breve. Si pensò quindi di non festeggiare
più il Santo e rimase solo la tradizione del fuoco di carnevale
spostata all’ultimo giorno. La sera del 13 giugno in molte
strade e piazzette del paese si riuniscono varie persone, ognuno
porta della legna e si accende un fuoco in onore del Santo, per
propiziarsi la benevolenza di S. Antonio si infila in una canna
l’effige del Santo e si mette sul punto più alto del
fuoco: il significato è che il Santo è padrone del
fuoco e in un certo qual modo deve proteggere tutti quelli che per
un motivo o per un altro sono costretti a lavorare col fuoco. Nella
festività di S. Antonio i fabbri non accendevano la fucina
per non suscitare le ire del Santo e dimostrarsi praticamente suoi
devoti.
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- I ciciotti e la questua della “santa Lucia” di Santa
Lucia
I “cicciotti” sono granoni lessati nell’acqua
e così aumentano di volume tanto da diventare come ceci,
donde il nome. Un tempo questi cicciotti erano il dono riservato
ai bambini che andavano di casa in casa a questuarli ed in effetti
era l’unico dono che una società di poveri contadini
con scarsi mezzi finanziari si poteva permettere del resto ai bambini
un dono bisognava pur farlo. Col passare del tempo la tradizione
dei “cicciotti” rimane ma il loro uso come dono ai bambini
è andato sminuendo: i “grandi” sono restii ad
ospitare nelle loro case gruppi di bambini non sempre cortesi, i
“bambini” preferiscono cose più succulenti e
meno tradizionali (torroncini, brioscine, cioccolatini vari, ecc.).
Tale tradizione rimane legata alla festività di Santa Lucia
soprattutto nelle famiglie in cui vi sono persone anziane che a
dispetto dei tempi che cambiano voglio conservare queste povere
tradizioni che si affiancano alla devozione per la Santa.
- La Passione
Prima della riforma conciliare il venerdì Santo si svolgeva
la processione di Gesù morto che voleva rappresentare il
trasporto del Cristo morto al sepolcro. La processione usciva dalla
Chiesa Madre con la statua della Madonna Addolorata con vestito
a lutto senza ornamenti di alcun genere; nella piazzetta antistante
la chiesa di San Rocco davanti alla statua della Madonna si poneva
il Cristo morto che usciva da questa chiesa. La processione sostava
il tempo necessario che il Parroco sottolineasse con parole forti
e vibrate il sacrificio del Figlio per ridonare dignità e
salvezza al genere umano. Questa processione era una marea enorme
di persone praticamente tutto il paese nonostante l’ora: le
quattro del mattino. Ora questa processione si effettua, con le
stesse modalità, la sera del venerdì Santo e la partecipazione
della popolazione è sempre notevole. Da vari anni per le
strade di Sant’Elia si rivive il dramma della Passione di
Cristo. La mattina della domenica delle Palme si ricorda l’entrata
a Gerusalemme di Gesù e così i Dodici e il Maestro
attraversano tutto il paese in corteo fino al convento dove viene
celebrata la S. Messa. Nella serata si svolge per le strade del
paese il ricordo della Passione. Dalla scena dell’Ultima cena,
si passa al Getsemani, poi al Sinedrio, e successivamente al pretorio
di Pilato; dopo il commovente incontro con la Madre c’è
la Flagellazione, si incontrano poi il Cireneo e la Veronica si
conclude con la Crocifissione. Questa sacra rappresentazione per
la tragicità dell’evento che rivive e ripropone, per
la suggestione dei luoghi scelti, tutti caratteristici e adattati
scenograficamente a quelli della Palestina, per l’atmosfera
struggente della Passione e l’oscurità della notte
che unisce in un’ unico sfondo tutta la rappresentazione rendendo
drammatica ed affascinante il mistero riproposto, fanno di questo
evento una esperienza indimenticabile e ne giustificano le numerose
edizioni. Numerosi i personaggi e le comparse che partecipano a
questa sacra rappresentazione tutti in costume dell’epoca:
dai soldati romani a piedi e a cavallo ai militi ebrei, da Pilato
a Kaifa, dalla Vergine alla Veronica al popolo per un totale che
sfiora le centocinquanta persone. Notevole la partecipazione del
pubblico, attento e commosso, proveniente da molti paesi del circondario.
- Benedizione un tempo di animali ora di macchine e motori
nella festività di S. Antonio da Padova
Nella festività di Sant’ Antonio da Padova, che a
Sant’Elia è stato sempre venerato, dopo la processione
per le strade cittadine della statua del Santo un tempo si svolgeva
la benedizione degli animali: essi erano un aiuto insostituibile
nel lavoro dei campi e quindi si chiedeva al Signore, per il tramite
del Taumaturgo, che essi godessero sempre buona salute in modo da
adempiere al loro aiuto; un altro motivo per cui questa festività
era particolarmente sentita risiede nel fatto che un tempo molti
contadini in quel periodo si recavano in campagna per la mietitura
e se quella era lontana dal paese e questa si protraeva per più
giorni, non si faceva ritorno al paese se non quando tutto il lavoro
era finito: mietitura, preparare i mucchi dei covoni e trasportarli
poi sull’aia pronti per la trebbiatura.In effetti molti contadini
trascorrevamo parecchi giorni in campagna e solo qualcuno di tanto
in tanto tornava in paese per provvedere ai beni di prima necessità.
Per questi motivi la ricorrenza di Sant’Antonio era particolarmente
sentita; col passare degli anni e con il progresso delle macchine
agricole (trattori, mietitrici, mietitrebbia) il tempo dei lavori
agricoli si è ridotto moltissimo e invece di impetrare la
protezione del divino per gli animali si chiede la benedizione sui
mezzi meccanici che li hanno sostituiti, ma sempre tramite l’intervento
del Santo da Padova.
“Convito” di San Giuseppe, “maccheroni
con la mollica”
Nel giorno della festa di S. Giuseppe , 19 marzo, nelle famiglie
in cui è viva la devozione al Santo si usa fare un “cummit”
convito, invitando i parenti ed amici. Durante il pranzo alcuni
invitati rappresentano i membri della Sacra Famiglia: san Giuseppe,
la Madonna e il bambino Gesù. Il pranzo è formato
da tredici portate tutte di magro, cioè senza carne, e, tradizione
nella tradizione, non possono mancare i “maccheroni con la
mollica” a base di mollica resa croccante con uso di mosto
cotto, uva passita, mandorle e olio.
- “ I Pul’c’nèll” di carnevale
Durante il periodo di carnevale per le strade del paese circolavano
un tempo, ma anche oggi è facile incontrarli, delle persone,
ragazzi e anche adulti, che mascherati vanno divertendosi e divertono
il pubblico facendo scherzi ai passanti. Il termine “pul’c’nèll”
viene usato come appellativo da affibbiare ad un uomo o ad una donna
di comportamento non dignitoso o ridicolo. I “pul’c’nèll”
(le maschere) dunque che attirano l’attenzione di grandi e
piccini sono quelli di creazione locale, oppure quelli con costumi
storici: cavalieri, spadaccini, briganti; maschere, insomma, con
sciabole, cimieri, pennacchi e archibugi che suggeriscono l’idea
di gente realmente vissuta o di cui la comunità è
venuta a conoscenza nelle rappresentazioni in piazza o in quelle
cinematografiche o televisive.
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